Personaggi

Beatrice (Paradiso)

Beatrice è in realtà un nome fittizio, dal significato letterale di «colei che rende beati» che Dante attribuisce, sin dalla Vita Nuova, a Bice figlia di Folco Portinari. Nata a Firenze nel 1266, sposa a diciannove anni Simone dei Bardi, morendo a soli ventiquattro nel 1290, Dante racconta di averla conosciuta per la prima volta all’età di nove anni e di averla poi rivista a diciotto anni, occasione in cui nacque il sentimento per lei. Protagonista di molte delle prime poesie stilnoviste di Dante, Beatrice non è solo la donna-angelo teorizzata dallo Stilnovo ma è già raffigurazione di Cristo, anticipando anticipare il valore allegorico che avrà nella Divina Commedia. Compare nel poema per la prima volta nel Canto II dell'Inferno, quando scende nel Limbo per pregare Virgilio di soccorrere Dante all’inizio del suo cammino. È direttamente la Vergine a sollecitare l'intervento di Santa Lucia per la salvezza del poeta. E quest’ultima si rivolge a Beatrice pregandola di intervenire in aiuto di Dante. Beatrice ricompare poi nel Canto XXX del Purgatorio, al termine della processione simbolica nel Paradiso Terrestre, sul carro che rappresenta la Chiesa trainato dal grifone. Qui appare coperta da un velo bianco su cui è posta una corona di ulivo, indossa un abito rosso e un mantello verde, colori che simboleggiano le tre virtù teologali (il bianco è la fede, il verde è la speranza, il rosso è la carità), poiché ella sola, rappresentando la Grazia Divina, può condurre l’uomo al loro possesso. L’apparizione di Beatrice coincide con la sparizione di Virgilio, evento che turba nel profondo Dante. La funzione di Beatrice, durante il passaggio di Dante nel Paradiso, sarà analoga a quella di Virgilio nell’Inferno e nel Purgatorio, ponendosi come guida e maestra di Dante seppur instaurando col poeta un rapporto del tutto diverso. Nel Canto XXXI del Paradiso Beatrice lascia il posto a una terza guida che accompagnerà Dante nell'ultima parte del viaggio: San Bernardo.

San Benedetto da Norcia (Paradiso)

Nato a Norcia nel 480 circa, è considerato il fondatore del monachesimo occidentale, basato sulla Regola da lui redatta formata da un prologo e 73 capitoli. Il monaco si dedica alla vita spirituale e materiale, mediante la preghiera liturgica e il lavoro (da cui il precetto ora et labora) ed è legato alla vita comune all’interno del monastero. Dante lo incontra nella prima parte del Canto XXII del Paradiso e lo include tra gli spiriti contemplanti che si manifestano nel VII Cielo di Saturno, lungo la scala dorata che si erge verso l'alto. Qui il poeta vede moltissime sfere luminose che ruotano insieme lungo i gradini della scala, fra cui la più luminosa è proprio quella di San Benedetto che si rivolge a Dante raccontando la sua storia, soffermandosi su quando si recò a Cassino sul monte abitato da popolazioni pagane e le convertì al Cristianesimo. Il beato spiega che le altre anime sono state tutti spiriti contemplanti sulla Terra, fra i quali Macario e Romualdo, nonché i benedettini che rimasero fedeli alla Regola nei loro chiostri. Il beato prosegue dichiarando che ormai nessuno stacca da terra i piedi per salire la scala, ovvero per adorare Dio, e la sua Regola serve solo a sciupare la carta su cui è scritta, mentre i monasteri benedettini sono diventati spelonche e le tonache dei frati sono sacchi pieni di farina guasta. L'avidità dei monaci corrotti verso le decime, destinate a sfamare i più poveri, è il più grande dispiacere per Dio che vede come i monaci dell’Ordine sono allettati dal desiderio di ricchezza. Il santo conclude la sua rampogna verso i Benedettini degeneri con la promessa di un prossimo intervento divino, quindi si raccoglie con le altre anime e insieme ad esse sale verso l'alto. San Benedetto viene citato ancora in Par., XXXII, 35 allorché San Bernardo spiega a Dante la disposizione dei beati nella candida rosa dell'Empireo e afferma che il santo siede nella stessa fila di San Francesco e Sant’Agostino.

San Bernardo di Chiaravalle (Paradiso)

Nato a Fontaine-lès-Dijon intorno al 1090, di nobile famiglia, entrò nel 1112 nel monastero di Cîteaux e nel 1115 fondò l'abbazia di Clairvaux (it. Chiaravalle), dedicandosi alla crescita dell'Ordine cisterciense. In seguito si schierò apertamente contro l'elezione di papa Anacleto II a favore di Innocenzo II, contribuendo in maniera decisiva a far prevalere la causa di quest'ultimo. Difensore ed esaltatore dei valori tradizionali, avverso alla dialettica e alla speculazione filosofica in senso stretto, fu soprattutto asceta e i suoi testi sono fra quelli fondamentali della mistica cristiana occidentale. Dante lo introduce nel Canto XXXI del Paradiso, quando il poeta, giunto ormai nell'Empireo, sta ammirando la candida rosa dei beati. Il poeta si volta per parlare a Beatrice, ma con sua grande sorpresa vede accanto a sé un vecchio dall'aspetto venerando, il cui volto ispira benigna letizia e con l'atteggiamento devoto di un padre amorevole. A lui chiede dove sia andata Beatrice e il santo risponde che proprio lei lo ha chiamato come ultima guida di Dante nel viaggio in Paradiso, indicando il seggio nella rosa celeste dove la donna ha ripreso il suo posto. Nel Canto XXXII il santo illustra a Dante la disposizione dei beati nella rosa celeste, indicando alcune delle anime più eccelse e affermando la necessità di invocare l'intercessione della Vergine affinché Dio conceda al poeta il privilegio di fissare lo sguardo nella Sua mente. All'inizio del Canto XXXIII Bernardo rivolge dunque alla Vergine la famosissima preghiera con cui chiede l'intervento di Maria per raggiungere tale scopo. Bernardo è di fatto la terza guida di Dante nel suo viaggio ultraterreno, dopo Virgilio (allegoria della ragione naturale dei filosofi) e Beatrice (allegoria della teologia rivelata e dalla grazia santificante). Probabilmente la sua figura rappresenta il fulgore divino che consente la fruizione del Suo aspetto con una sorta di suprema intuizione, con una forte componente mistica.

Caronte (Inferno)

Caronte è un personaggio della mitologia classica, figlio dell'Erebo e della notte, e ricopre il ruolo traghettatore delle anime dei morti al di là del fiume dell'Ade l’Acheronte. Secondo Virgilio, che lo descrive nel libro VI dell'Eneide, durante la discesa agli Inferi di Enea, è un vecchio dall'aspetto squallido, che fa salire sulla sua barca le anime dei defunti ma lascia sulla riva gli insepolti. Il Caronte virgiliano si oppone al passaggio di Enea, ma la Sibilla che gli fa da guida lo convince mostrandogli il ramo d'oro da offrire a Proserpina, la regina degli Inferi moglie di Plutone. Nella Divina Commedia la figura di Caronte compare in Inf., III, 82-111, dove Dante trae grande ispirazione dall'episodio dell'Eneide accentuando i tratti demoniaci (gli occhi di bragia) del traghettatore e facendone uno strumento della giustizia divina. Inoltre, il Caronte dantesco traghetta solo le anime dannate, destinate alla permanenza nell’Inferno, mentre diverso trattamento è riservato alle anime salve destinate in Purgatorio che sono trasportate da un angelo nocchiero che le raccoglie alla foce del Tevere, su un lieve legno che lo stesso Caronte annuncia dovrà trasportare lo stesso Dante, predicendogli di fatto la salvezza. Il Caronte di Dante è un vecchio coperto di barba bianca, con gli occhi circondati da fiamme, che minaccia severi castighi ai dannati e li fa salire sulla sua barca, battendo col remo le anime che si adagiano sul fondo della stessa. Anch'egli si oppone al passaggio di Dante, ma è zittito da Virgilio con l’espressione "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare", utilizzata in maniera identica dalla guida dantesca altre due volte lungo il viaggio nell’Inferno, in occasione dell’incontro con Minosse e poi con Pluto. La demonizzazione di Caronte rientra nell'uso tipicamente medievale di reinterpretare in chiave cristiana le divinità pagane in qualche caso con notevoli trasformazioni.

Catone Uticense (Purgatorio)

M. Porcio Catone (95-46 a.C.), detto il Giovane o l'Uticense per distinguerlo dall'avo Catone il Censore, fu avversario di Cesare nella guerra civile e morì suicida a Utica dopo la sconfitta nella battaglia di Tapso. La sua figura era interpretata nel Medioevo come supremo esempio di difensore delle libertà politiche e repubblicane. Forse in adesione a tale visione Dante ne fa il custode del Purgatorio, nonostante il fatto che fosse pagano, nemico di Cesare e suicida, divenendo di fatto simbolo dell’imperscrutabilità divina. Catone appare, per l’appunto, nel Canto I del Purgatorio ed è descritto come un vecchio che ispira autorevolezza e severità. Catone rimprovera aspramente i due poeti, credendoli due dannati fuggiti dall'Inferno, ma Virgilio gli spiega che Dante è vivo e che lui risiede nel Limbo, dove lo stesso Catone è rimasto fino a quando Cristo trionfante non lo ha tratto fuori insieme ai patriarchi biblici. Virgilio ricorda il suo suicidio a Utica e accenna al fatto che Catone il giorno del Giudizio sarà ammesso in Paradiso. Fa riferimento anche alla moglie di Catone, Marzia, rimasta nel Limbo e alla quale il poeta latino parlerà bene del marito se lui li ammetterà in Purgatorio. Catone invita quindi Virgilio a lavare il viso di Dante prima di incontrare l'angelo che presiede la porta del Purgatorio, nonché a cingergli i fianchi con un giunco liscio, simbolo di umiltà. Il personaggio riappare alla fine del Canto II, quando Dante, Virgilio e un gruppo di penitenti appena sbarcati sulla spiaggia del Purgatorio sono intenti ad ascoltare il canto di Casella, rimproverandoli in quanto stanno perdendo tempo invece di correre al monte per lavarsi l'anima dei propri peccati.

Conte Ugolino (Inferno)

Il conte Ugolino della Gherardesca fu un nobile pisano (1220-1289), dapprima legato alla parte ghibellina e successivamente vicino al partito guelfo dei Visconti. Acquistò prestigio grazie al buon sito di un’azione navale contro Genova, ma fu poi accusato di tradimento a causa del suo frettoloso ma nella rovinosa battaglia della Meloria (1284). Per questo episodio fu rinchiuso nella Torre della Muda insieme ai figli Gaddo e Uguccione e ai nipoti Anselmuccio e Nino, detto il Brigata e, insieme a loro, lasciato morire di fame dopo alcuni mesi di prigionia. Dante lo colloca tra i traditori della patria nell'Antenòra, la seconda zona del IX Cerchio dell'Inferno in cui i dannati sono imprigionati nel ghiaccio. Ugolino appare alla fine del Canto XXXII, sepolto in una buca insieme all'arcivescovo Ruggieri di cui addenta bestialmente il cranio. Dante domanda la ragione di un tale odio, e Ugolino, nel successivo Canto XXXIII, racconta la sua terribile storia. Il conte narra di come, dopo vari mesi di prigionia nella Muda, in seguito a un fosco sogno premonitore, l'uscio della torre fu inchiodato e a lui e ai figli non fu più portato il cibo. L'atroce agonia dei prigionieri durò circa sei giorni, durante i quali Ugolino vide morire i figli uno ad uno senza poter far nulla per aiutarli. Secondo Dante, prima di morire, i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni, pronunciando la frase: "Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, or tu le spoglia”. Così facendo, Dante fornisce un'informazione che, in realtà, può essere interpretata in due modi: da un lato, si può pensare che il conte si sia cibato dei figli; dall'altro, Ugolino, dopo una prima resistenza al dolore, potrebbe essere stato sopraffatto dalla fame e ucciso dall'inedia. D'altra parte, riesce difficile ipotizzare che il Conte Ugolino, quasi ottantenne, possa essere sopravvissuto ai figli e nipoti, molto più giovani e quindi resistenti.

Dante Alighieri (Firenze, 1265 - Ravenna, 1321)

Nato da una famiglia della piccola novità fiorentina è considerato il padre della lingua italiana fu poeta, letterato, uomo politico, studioso di filosofia e teologia, nonché rappresentante di un’intera cultura, quella formatasi intorno al XII secolo, in pieno Medioevo, filtrata attraverso i canoni del Dolce stil novo. Con la sua opera e il suo pensiero ha segnato profondamente la letteratura italiana dei secoli successivi insieme all’intera cultura occidentale, tanto da essere soprannominato il "Sommo Poeta" o, per antonomasia il "Poeta". Autore di quel fenomenale viaggio immaginifico che è la Divina Commedia, l’opera cui dicherà gran parte della sua vita e di cui è egli stesso il protagonista, i cui personaggi vivono nell’immaginario collettivo legato ai luoghi dell’oltretomba cristiano, Inferno, Purgatorio e Paradiso, il suo nome è legato anche ad altre importanti opere. La sua attività artistica, spazia dalla produzione poetica, come le Rime, a quella filosofica, con opera quali il Convivio e la Quaestio de aqua et terra; fino al trattato politico, come il De Monarchia e a quello linguistico-letterario, come il De vulgari eloquentia. L’opera dantesca è strettamente legata alla vicende della sua persona, quali il legame con Beatrice o l’esilio dall’amata Firenze che lo porterà a vagare per diverse corti signorili del Nord Italia, ma è anche pregna della volontà e della lucida capacità del poeta di immortalare, nei suoi versi, lo stato dei tempi in cui egli visse, con le loro luci e ombre. Per questa sua capacità è considerato un autore universale, capace di parlare non solo agli uomini del suo tempo, ma all’umanità intera racchiudendo nelle terzine della Divina Commedia e nelle vicende dei personaggi in esse raccontate, tempi di stringente attualità in cui, per i lettori di tutto il mondo, è facile riconoscersi.

Farinata degli Uberti (Inferno)

Manente degli Uberti, detto Farinata, fu uno dei principali capi dei Ghibellini, sostenitori dell’Impero in contrasto con il Papato, a Firenze nel primo Duecento. Nel 1248 cacciò i Guelfi e fu uno degli artefici della disfatta guelfa di Montaperti (1260). Nel successivo convegno di Empoli fu l'unico a opporsi alla proposta di radere al suolo Firenze. Dopo il ritorno dei Guelfi a Firenze i discendenti di Farinata, morto nel 1264, furono esiliati. Farinata stesso fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e condannato (nel 1283 le salme di lui e della moglie furono riesumate e disperse). Lo incontriamo nel VI Cerchio dell'Inferno, quello dedicato agli eretici, dove Dante lo colloca sostenendo di fatto l’accusa postuma che era stata mossa a Farinata. Il confronto tra il poeta e Farinata si svolge nel Canto X dell'Inferno e ha origine da un vivace scambio di battute in cui Dante si presenta come Guelfo e ricorda a Farinata che i suoi antenati, due volte cacciati da quelli del dannato, per due volte tornarono a Firenze. Il loro colloquio viene interrotto da Cavalcante, che chiede a Dante perché il figlio Guido non lo accompagni nel viaggio nell’Oltretomba. Fraintendendo la risposta del poeta lo crederà morto. Farinata profetizza, poi, a Dante l'esilio e l'impossibilità di rientrare in città. Gli domanda poi perché i fiorentini siano così duri contro i suoi discendenti e in risposta Dante ricorda lo scempio della battaglia di Montaperti. Farinata ribatte che non fu il solo a combattere a Montaperti contro i Guelfi, ma fu l'unico a opporsi alla distruzione di Firenze. Farinata spiega ancora che i dannati hanno facoltà di vedere il futuro solo quando gli eventi sono molto lontani nel tempo. Questo chiarisce a Dante il motivo per cui Cavalcante è caduto in equivoco e ha erroneamente creduto che suo figlio Guido sia già morto. Prima di allontanarsi, Dante prega Farinata di chiarire il dubbio al compagno di pena.

Paolo e Francesca (Inferno)

Francesca era figlia di Guido il Vecchio da Polenta, signore di Ravenna, che dopo il 1275 aveva sposato Gianciotto Malatesta, figlio deforme del signore di Rimini. Paolo era il fratello di Gianciotto e fu capitano del popolo a Firenze nel 1282-83. Secondo il racconto di Dante, di cui però non si ritrova traccia nelle cronache del tempo, Francesca ebbe una relazione adulterina col cognato Paolo e i due, sorpresi dal marito di lei, furono entrambi trucidati. Per questa vicenda i due amanti sono posti nel II Cerchio dell’Inferno, il girone dei lussuriosi, e sono protagonisti del V Canto nella prima parte del viaggio dantesco. Durante l’incontro col poeta è Francesca la sola a parlare, raccontando la sua vicenda, mentre Paolo ascolta in silenzio e piange al termine del racconto. Le due anime volano affiancate nella bufera infernale che rappresenta la punizione cui sono sottoposti i lussuriosi. Dante le nota e chiede a Virgilio il permesso di parlare con loro. Francesca si presenta e ricorda l'assassinio subìto ad opera del marito per poi spiegare, dietro il manifesto interesse di Dante, la vicenda da cui ha avuto origine il loro peccato, ovvero la lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra che li spinse a intrecciare una relazione amorosa. Francesca è presentata come una donna colta, esperta di letteratura amorosa e attraverso il suo personaggio Dante compie una parziale ritrattazione della sua precedente produzione poetica, che avendo l'amore come argomento poteva spingere il lettore a mettere in pratica gli esempi letterari e cadere nel peccato di lussuria. Francesca è il primo dannato che pronuncia un discorso nell'Inferno dantesco, mentre Guido Guinizelli (citato indirettamente dalla donna) e il trovatore provenzale Arnaut Daniel saranno gli ultimi penitenti a dialogare con Dante nel Purgatorio (Canto XXVI), colpevoli anche loro di lussuria e produttori di quella letteratura amorosa di cui Francesca era stata appassionata lettrice.

Pia de’ Tolomei (Purgatorio)

Personaggio di identificazione assai incerta, anche se secondo molti degli antichi commentatori sarebbe appartenuta alla famiglia dei Tolomei di Siena. Andata in sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e capitano della Taglia guelfa nel 1284, sarebbe stata uccisa dal marito precipitandola dal balcone del suo castello della Pietra, in Maremma. La causa del delitto sarebbe, secondo alcuni, la punizione di un'infedeltà, secondo altri la volontà di lui di passare a seconde nozze. Dante la include tra i morti per forza e peccatori fino all'ultima ora, che attendono nel secondo balzo dell'Antipurgatorio (Purg., V, 130-136). L’anima prende la parola dopo Bonconte da Montefeltro e in pochi versi di squisita dolcezza si rivolge a Dante, chiedendogli di ricordarsi di lei dopo che sarà tornato nel mondo e che avrà riposato per il lungo cammino “Deh quando tu sarai tornato al mondo e riposato dalla unga via, seguitò il terzo spirito al secondo, ricordati di me, che son la Pia”. Si presenta come la Pia, nata a Siena e uccisa in Maremma, alludendo anche all’autore del suo assassinio, il marito, che commettendo il terribile gesto non mantenne fede alle promesse fatte donandole l’anello nuziale.

Piccarda Donati (Paradiso)

Figlia di Simone Donati e sorella di Forese e Corso, giovinetta pia e religiosissima, entrò nel convento di S. Chiara a Firenze per farsi monaca. Il fratello Corso, forse nel periodo in cui fu podestà e poi capitano del popolo a Bologna (1283-1293), per motivi di convenienza politica la volle dare in sposa a Rossellino della Tosa, violento esponente dei Guelfi Neri. A tal fine Corso venne a Firenze con un gruppo di facinorosi, la rapì dal monastero e la costrinse alle nozze con Rossellino. Dante la include tra gli spiriti difettivi del I Cielo della Luna e ne fa la protagonista del Canto III del Paradiso. Piccarda appare a Dante fra gli spiriti simili a immagini evanescenti come se fossero riflesse nell'acqua. Dopo che Beatrice gli ha spiegato che sono anime e non immagini, invitandolo a rivolgersi a loro, Dante parla a una di esse chiedendole di rivelare il proprio nome. La beata dichiara di essere Piccarda e racconta di essere stata vergine sorella, essendo relegata fra questi spiriti per aver mancato al proprio voto. Dante le chiede se lei e gli altri beati di questa schiera desiderino un più alto grado di beatitudine, ma Piccarda spiega sorridendo che la loro volontà è conforme a quella di Dio, per cui esse desiderano solo ciò che a Dio piace e non chiedono altro. A questo punto Dante domanda quale sia il voto che lei non ha portato a termine e la beata spiega che in un Cielo più alto c'è l'anima di santa Chiara d'Assisi, che fondò l'ordine monastico delle Clarisse nel quale Piccarda entrò da giovinetta. In seguito, fu rapita da uomini malvagi fuori dal chiostro, subendo la stessa sorte dell'imperatrice Costanza d'Altavilla che risplende accanto a lei. Dopo aver intonato “Ave Maria”, Piccarda svanisce come un oggetto che affonda nell'acqua scura.

Sapìa senese (Purgatorio)

Appartenne alla famiglia senese dei Salvani e fu sposa di Ghinibaldo di Saracino, signore di Castiglioncello presso Monteriggioni. Non si conosce molto della sua vita, tranne che forse collaborò col marito per la fondazione dell'ospizio di S. Maria per i Pellegrini, lungo la Via Francigena. Dante la colloca fra gli invidiosi della II Cornice del Purgatorio, presentandola nel Canto XIII. Qui le anime vagano con gli occhi cuciti e Dante si rivolge a loro pregando di dirgli se qualcuna tra esse è di origine italiana. E’, per l’appunto, Sapìa a rispondere all’invito di Dante dichiarando di essere stata senese e di chiamarsi Sapìa, benché in vita non sia stata affatto savia, chiaro gioco di parole col suo nome che ricorda l’aggettivo “savio”. Aggiunge che quando i suoi concittadini erano impegnati nella battaglia di Colle Vel d'Elsa contro i Guelfi fiorentini lei pregò Dio di farli sconfiggere, cosa che poi avvenne. Dopo la sconfitta dei senesi ebbe l'ardire di rivolgersi a Dio dicendo di non temerlo più. Si pentì in punto di morte e sarebbe ancora nell'Antipurgatorio, se Pier Pettinaio non avesse pregato per la sua anima. Sapìa chiede poi a Dante chi sia, visto che ha intuito che lui è vivo e ha gli occhi aperti, e il poeta risponde che quando sarà sosterà poco tempo in questa Cornice, avendo molto più timore del peccato di superbia che si sconta in quella sottostante. Sapìa gli chiede chi lo abbia condotto lì e Dante indica Virgilio, aggiungendo che, se la penitente vuole, lui potrà andare da qualcuno per suo conto in Terra. Sapìa gli chiede di restaurare la sua fama presso i concittadini senesi, che definisce come un popolo vano che spera nel porto di Talamone, acquistato a caro prezzo per procurarsi uno sbocco sul mare, ma che non otterrà mai ciò che spera.

Ulisse (Inferno)

Ulisse è uno dei personaggi più emblematici della mitologia classica, protagonista dei poemi omerici e in particolare dell'Odissea a lui dedicata. Ad egli è dedicato il Canto XXVI dove lo incontriamo nell’VIII Cerchio, fra i consiglieri fraudolenti. Durante il suo passaggio Dante nota che una delle fiamme in cui sono avvolti i dannati ha due punte chiede spiegazione a Virgilio riguardo la singolare condizione. Virgilio spiega allora che al suo interno sono puniti Ulisse e Diomede, colpevoli di aver escogitato l'inganno del cavallo di Troia, di aver smascherato Achille a Sciro, nonché di aver compiuto il furto del Palladio, la statua lignea raffigurante Pallade Atena cui era attribuito il potere di difendere la città di Troia. Viriglio, assecondando il desiderio espresso da Dante di parlare con Ulisse, si fa avanti per interpellare l’eroe omerico, affermando che lui e Diomede, essendo greci, potrebbero essere restii a parlare col discepolo. Il poeta latino chiama i due dannati e invita uno dei due a spiegare come e quando morì. Da qui comincia il racconto di Ulisse che narra di come, dopo aver lasciato la dimora di Circe, non volle tornare coi suoi compagni a Itaca, ma decise di affrontare il mare aperto affrontando un avventuroso viaggio. Giunto con la sua nave al limite del Mar Mediterraneo, limite delle terre conosciute, rivolse ai suoi compagni un’accorata orazione per indurli a oltrepassare le colonne d'Ercole ed esplorare il mondo sconosciuto situato al di là. Il folle volo che ne seguì all'interno dell’emisfero australe, completamente invaso dalle acque, durò circa cinque mesi, finché la nave giunse in vista del monte del Purgatorio. A quel punto l’equipaggio fu colto da una terribile tempesta, provocando l’affondamento della nave causando la morte dell'eroe e di tutti i suoi compagni. L’episodio narrato, che palesemente non appartiene alla tradizione classica, fu forse appreso da Dante, che non conosceva il testo originale dei poemi omerici, da qualche tardo volgarizzamento o rimaneggiamento dell’opera stessa.

Virgilio (Inferno)

È il più grande poeta dell'antica Roma (70-19 a.C.), nato da una famiglia di piccoli proprietari terrieri ad Andes (oggi Pietole), nei pressi di Mantova. Nella Commedia Virgilio compare nel Canto I dell'Inferno, quando soccorre Dante dalle tre fiere nella selva oscura e da lì lo conduce nel viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio. Virgilio è allegoria della ragione naturale dei filosofi pagani, in grado di condurre l'uomo alla felicità terrena e al pieno possesso delle quattro virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia). Secondo Dante, Virgilio dopo la morte è finito nel Limbo, il primo cerchio dell'Inferno dove risiedono le anime dei morti non battezzati e degli uomini virtuosi vissuti prima di Cristo. Virgilio è definito da Dante suo maestro e modello (Inf., I, 85-87) e ciò è coerente col culto della poesia virgiliana largamente presente nella cultura del Medioevo latino. Il poeta latino era infatti considerato una sorta di «mago e profeta del Cristianesimo», per via della profezia del puer nella celebre IV Egloga, interpretata come preannuncio della venuta di Cristo (in realtà si riferiva a figlio nascituro di Asinio Pollione, protettore di Virgilio). Dante pensava che Virgilio, così come altri poeti latini, avesse intravisto le verità del Cristianesimo esprimendole in forma poetica senza esserne pienamente consapevole. Oltre a ciò Virgilio aveva fama anche di essere un saggio e sapiente filosofo, il che spiega perché Dante scelga proprio lui come sua guida per i due terzi del viaggio. Dante si rivolge quasi sempre a Virgilio con gli appellativi maestro, duca (cioè «guida») e tra i due si crea un rapporto assai stretto, non solo di maestro-discepolo ma addirittura di padre-figlio. Ciò è evidente soprattutto in Purg., XXX, 49-51, quando Virgilio scompare all'apparire di Beatrice ed è definito da Dante dolcissimo patre, prima che il discepolo scoppi in un pianto dirotto per la sua dipartita.